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Tommaso Padoa-Schioppa

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Tommaso Padoa-Schioppa est né en 1940 à Belluno et décédé le 18 décembre 2010 à Rome. Il ...
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Union européenne et Citoyens

Entretien Tommaso Padoa-Schioppa et Federico Fubini sur le 'non' irlandais -El Corriere della Sera

le 16 Juin 2008 à 11:07
Entretien par Tommaso Padoa-Schioppa
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Entretien Tommaso Padoa-Schioppa et Federico Fubini sur le 'non' irlandais

El Corriere della Sera, 14 juin 2008.


En italien uniquement.



MILANO - Tommaso Padoa-Schioppa


ha appena finito di lavorare. A Parigi, da presidente di «Notre Europe», dove è

succeduto al fondatore Jacques Delors, toccava a lui trovare le parole del

centro studi per un doppio esercizio di perseveranza: «Non colpevolizziamo gli

elettori irlandesi, non blocchiamo le ratifiche». Qui è l'ex superfunzionario

di Delors a Bruxelles che parla, un protagonista dei primi 8 anni della Banca

centrale europea, non tanto l'ex ministro italiano. Vero: quando arrivano i

boati dalle tivù, lui li sente e chiede chi ha segnato. Romania. Padoa-Schioppa

riprende il filo: «In Europa, si sono sempre formate avanguardie per avanzare».


Gli stop della Francia e

dell'Olanda nel 2005, ora quello irlandese al testo rivisto. Siamo in un vicolo

cieco?


«Assolutamente no. La discussione che i capi di Stato e di governo

dovranno avere potrà essere conclusiva solo quando il processo di ratifica sarà

completato. Avere 26 sଠe un no non è uguale a avere 18 sà¬, un no e 8 Paesi che

non hanno deciso. Il primo Stato che cercಠdi ratificare Maastricht fu la

Danimarca: vinse il no. Ci fossimo fermati, oggi non avremmo l'euro».

Ma come spiega che ormai sembri

impossibile far accettare un Trattato europeo agli elettori?


«Pesano vari fattori. Per cominciare, non credo che il referendum sia lo

strumento adatto per decidere in materia di trattati internazionali».

Non si fa sentire anche la fuga


nel localismo in risposta all'integrazione europea, soprattutto fra i ceti più

deboli?


«Certo, oggi si fa fatica a riconoscere le ragioni dell'Europa e si


rafforza l'attaccamento esclusivo all'identità locale. Una parte della reazione

alla globalizzazione è quella di chiudersi. Che poi ciಠriguardi le classi

socialmente meno forti ha una spiegazione: alla fine dell'800, all'inizio del

900 erano considerate la punta dell'internazionalismo. Oggi invece proprio la

concorrenza internazionale tende a colpire piuttosto l'industria che i servizi,

più le tute blu che i colletti bianchi. E puಠessere che da qui venga una

reazione identitaria e una certa miopia riguardo ai propri interessi. Ma questo

non risolve il tema delle responsabilità ».

Ce l'ha con la Commissione


europea, cosଠinsicura delle propria credibilità da essersi ridotta all'afasia?


«Che l'Europa soffra di mancanza di fiducia in se stessa non c'è dubbio


e ciಠriguarda soprattutto il Consiglio dei ministri. Da anni chi non vuole

L'Europa elabora parole d'ordine semplici e comprensibili di chi la vuole. Ma

c'è una responsabilità dei cittadini, delle classi politiche e anche del

sistema di chi informa e chi fa opinione».

Insomma gli irlandesi sono

degli ingrati: dopo aver beneficiato dell'Europa la affondano.


«In parte si dà per scontata un'Europa che non c'è ancora e ciಠpuಠdar


luogo ad atteggiamenti di "free riding", parassitismo. Ma non

colpevolizziamo gli irlandesi, dopo che i francesi hanno dato il cattivo

esempio. Ci vogliono umiltà e rispetto: il ministro degli Esteri francese involontariamente

ha dato una mano al fronte antieuropeo a Dublino». (Bernard Kouchner aveva offeso

gli irlandesi pochi giorni prima del voto, ndr).


Se restiamo fermi al Trattato


di Nizza, che Europa sarà ?


«Riabdisco: dobbiamo restare nella logica della ratifica. Del resto a

Nizza ci eravamo dati un altro appuntamento proprio perché quel trattato era

inadeguato. Questo problema dell'integrazione politica l'Europa se lo trascina

da 17 anni, dai tempi di Maastricht, e ora viene acuito. La lezione è che, a

differenza degli Stati nazionali nell'800 il processo di costruzione europeo

non è condensato in un tempo breve. àˆ una dinamica lunga. Il punto è che chi

aderisce al progetto, deve aderire alla dinamica non prendere solo quel che

c'è, rifiutando che la dinamica continui».

Lei cosଠpropone


un'avanguardia.


«L'Europa non è mai andata avanti con l'intero fronte schierato. Londra


aveva un osservatore alla conferenza di Messina nel '55 ma non era a Roma nel

'57 e lo Sme, il Parlamento europeo, Schengen, l'euro sono stati decisi solo da

una parte dei Paesi membri. Non sarebbe una novità ».

Parigi e Berlino competono più


che cooperare. Per l'Italia che ruolo vede?


«Dipende da noi. In passato l'Italia ha svolto una funzione essenziale a


più riprese inserendosi proprio nella dialettica della leadership

franco-tedesca».

Oggi la Lega celebra il «no» di


Dublino, il resto della maggioranza lo considera un problema.


«Se nella coalizione di governo ci fosse una differenza radicale su


questo punto sarebbe gravissimo. Sarebbe un po' come se 40 anni fa una parte della

coalizione di governo fosse stata per il Patto atlantico e un'altra contro. Mi aspettavo

che la stampa vi desse risalto a questa frattura. Immaginiamoci cosa sarebbe

successo in altri momenti».

Intende dire con la sinistra

radicale?


Ma dall'altra parte della cornetta, arriva solo un silenzio.


Federico Fubini - El Corriere della Sera





 





 



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